serendipidità, stato dell'animo

Capacità di cogliere e interpretare correttamente un fatto rilevante che si presenti in modo inatteso e casuale nel corso di una ricerca. La storia è ricca dei frutti di questo straordinario atteggiamento dell'animo, che coniuga la tranquillità con la curiosità e la perspicacia.
giovedì, 09 luglio 2009

Ho rimpiazzato le weiss nel frigo.

Michelle è nella capitale a cena al campidoglio, il palazzo famoso per le sue oche. ho rimpiazzato le weiss nel frigo proprio a fianco del foie d'oie e alle melanzane. michelle non lo sa e si lascia andare alla amatriciana. la capisco. pour l'istant, je attend toi, mon amour.
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sabato, 02 maggio 2009

Nel frigo una weiss in meno.


Questa sera viene a cena la Paolina, sua mamma fa un coniglio in casseruola in salsa di rosmarino da dedicarle un post interessato. Ma so cosa fare. Ho tutto pronto, l’acqua è già sul fuoco; ho deciso di preparare un piatto di gnocchi molecolari al sedano rapa. Ripasso mentalmente. Sui fili bianchi di sedano, tagliati lunghi e fini, una parte solo scottati e ammorbiditi, verso un ristretto di yogurt e latticello poi una bustina di zafferano de l’Aquila, manteco un poco. Il segreto sono gli gnocchi buoni che si fanno con la patata pompadour francese, lessata, passata e ripassata, impastata con poca farina di grano. Scolo lo gnocco cotto, verso la salsa. Poi aggiungo un filo di extravergine e, a spaglio in cima, come guarnizione, un ciuffetto di pistilli dello stesso zafferano. La tavola è pronta, mi diverto coi bicchieri, cinque per uno, tutti diversi, dal flute al ballon, tovaglia bianca di fiandra, una ciotola ampia di alstroemeria ibrida color quarzo rosa con cuore sfumato in ambra, circondati fitti di freesia kewensis rosa pallido e miele. Una foglia lucida di magnolia. Ci sta bene.
Paolina aveva telefonato: “Ciao marco, cosafai...” tuttodunfiato.
— “Sono affranto, mi sto per mettere in mutande davanti alla tivù, Nicole Kidman mi ha dato buca, mi ha raccontato una balla, preferisce una cena di lavoro (!?) con Sean Penn, ho perso il pomeriggio in una riunione ampollosa e inconcludente; fuori non finisce mai di piovere, odio gli ombrelli e sono rientrato fradicio. Ti può bastare? Se comincio a starnutire penserò di aver preso l’influenza del porco messicano” ... “Tu come stai?
— “Rimettiti i pantaloni e prepara la cena, devo curiosare nel tuo frigorifero”
— “Che razza di avances mi fai? Tecnica del cetriolo?”
— “Ma vah! Devo fare un pezzo su cosa c’è nel frigo dei single... comincio da te”
— “Spero di aver comprato il formaggino tigre, il graffio dell’appetito e le sottilèètte...”
— “Quel che c’è c’è, dài, chissenefrega, e poi deve essere vero... senti, passo dalla tecnos a ritirare le stampe che son pronte e vengo da te. Sarò lì tra un’ora e mezza, due...”
— “Ok Paolina, fai con comodo, lasciami il tempo di fare un doccione caldo... farò del mio meglio. Pane e insalata russa...”
— “ciao...”
Menomale che ho già le pompadour lessate, mezz’ora guadagnata; accendo il gas sotto la pentola con l’acqua, fuoco lento. E’ tempo di doccia...
Sotto l’acqua calda ad occhi chiusi penso al mio frigorifero, lasciamo perdere il freezer, scorro la parte incasinata dei ripiani del fresco. Mi asciugo, una spruzzata di carthusia, mutande, jeans e pail ecrù serafino. Sono in cucina.
Apro l’anta du frigideiro e quello che ho di fronte è il ciuffo rigoglioso di un sedano-rapa in compagnia di pomodori ramati, un mazzetto di rucola, una vaschetta di trevisana lunga e arricciata, le puntarelle già mondate, carote aglio e cipolaz. Un porro duro e sexi. Nel ripiano sotto, arance tarocco e due limoni. L’elenco continua. In alto la luce si riflette dorata in un magnum Sauternes Château d'Yquem del 1986, Superior First Growth (Premier Cru Supérieur), un vasetto di foie gras 190g (e) (fegato grasso d’oca intero scelto da Jolanda de Colò-Palmanova), formaggelle di capra 100%, al pascolo brado, Rubine “passione”, “primo amore”, “Max 1er
, una bottiglia di Choreographie, Moscato d’Asti docg della Carpeneta, vendemmia 2008. Olio di Nocciola piemonte igp di Pariani (raccolto 2008). Vincotto Primitivo. Maionese e Ketchup del GS, French’s classic yellow mustard (USA 8 oz), vasetto di Marmite Yeast extract 250g; Soy sauce Kikkoman 150ml; Pesto della Riviera ligure “Le scorte del contadino” (SanLorenzo Imperia), vodka Zytnia extra. Naeli Vermentino di Sardegna doc Dolianova 2007; Filetti di tonno rosso di mattanza a Carloforte (Jolanda de Colò, vetro da 270g), 20 compresse di aspirina Bayer, latta da 350g di tonno del rais “Ventresca di tonno rosso di corsa pescato a CarloForte”, Isola Piana Zona di pesca Fao 037; 2 tubetti di dentifricio mentadent microgranuli zincocitrato e fluoro (chissà perché tengo in frigo le scorte?! per il fresco?); boccetta con contagocce (!) di aceto balsamico, deeenso, fatto in casa (di un altro), senza etichetta, confettura di ciliegia (sempre fatta in casa di un altro, senza etichetta) e poi, ecco lei, la classica weizenbier: tre kapuziner dal deciso aroma di lievito mi guardano. Vista, gusto, udito e olfatto sono collegati. Nella trasparenza del vetro ambrato e brinato vedo il sapore pieno, selvaggio, leggermente acido, crudo e vellutato mentre ascolto il retrogusto fruttato che richiama aromi di spezie intrecciati con profumi di fiori di campagna che sfumano nel miele.
Prendo l’apribottiglia per il tappo a corona e un bicchiere grande da birra a tulipano; in una mezzoretta — penso — ce la faccio a imbigolare due piatti di gnocchi. So cosa fare:
l'elenco del frigo è pronto bell'e fatto, Paolina non troverà in frigo il sedano rapa, di weiss ce ne sarà una di meno ma ci sarà più tempo per altro.
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domenica, 19 aprile 2009

Face Book e dintorni.


Il progresso.
Gli assiri scrivevano su formelle di argilla, gli egizi usavano il papiro, gli zulù il tam tam, altri le tavolette di cera, i sioux il fumo (!), i greci hanno scritto sul marmo di delos, i romani sul granito sardo, Giotto sui muri, poi si sono usati pelli di pecora, legno e stracci, cellulosa patinata, carta calamaio inchiostro, Mont Blanc, la biro bic e la matita 2B, poi è stata la volta delle bombolette spray.
Oggi è il tempo del digitale, della videoscrittura, del palmare, della registrazione, degli sms, di youtube. E di FaceBook. Tutti “strumenti” che hanno una stessa finalità in comune: comunicare. Non ci sarebbe traccia della evoluzione senza le  opere e le testimonianze che l’uomo ha consegnato, anche in piccoli brandelli scritti, alla storia. Nel lasciare traccia della propria esistenza l’uomo manifesta più o meno consapevolmente il desiderio di essere immortale.
FB è uno strumento.
Una volta, il secolo scorso, se volevi parlare con qualcuno, prendevi guide telefoniche e agende e grossomodo rintracciavi tutti. Anche il papa (nella mia agendina sgualcita sotto la A, trovavi Arrigo, patron dell'Harry's bar; alla P — come piega — Pina, la mia stiratrice; sotto la T, Travolta John).
Oggi, tra privacy, pluralità dei gestori telefonici, snobismi vari, se mi va di parlare col mio amico Gaspare o la mia amichetta Jacqueline, che non sento da un po’, devo fare il giro del mondo in telefonate, casa bianca compresa. FB mette in contatto diretto chiunque abiti sul pianeta e non sia residente sulla Luna (ancora per poco).
Ecco un primo valore di FB. Quello di essere uno strumento efficace: è la nuova rubrica telefonica cercapersone che scavalca, teoricamente solo con il nostro consenso, le regole strette della privacy. Uno strumento efficace, worldwide grazie a internet.
FB, come l'àgorà, è un media di socializzazione. E di opinione.
I luoghi della vita sociale cambiano e con essi cambiano gli strumenti di socializzazione. FB non ha solo sostituito le pagine gialle, porta un grande valore aggiunto: realizza il villaggio globale (il futurologo Alvin Toffler lo prevedeva 30 anni fa nella sua lucida Third Wawe).
Se sei un animale sociale FB è lo strumento che fa per te.
Se sei un asceta ortodosso, un Amish, un fratello Quacchero, un talebano o un Mormone delle praterie, se sei aristocraticamente e forzatamente snob (?!), inibito dalle nuove tecnologie e dal futuro che ti scavalca, se prevale il tuo spirito introverso o sei un asociale, FB non fa per te.
Chi ha paura del progresso e delle svolte epocali cerca nella conservazione dei costumi una tranquilla ala protettiva dei propri personali valori e forse asseconda anche una inconsapevole pigrizia.
FB è saper gestire la propria visibilità.
Esporre la propria icona, scegliere la foto migliore, il blabla del profilo sono anche esplicitamente operazioni legate alla cultura dell’apparire. Alle profonde lucide meditazioni di Erich Fromm sull’argomento, affiancherei il pragmatismo marketing-oriented di Philip Kotler espresso nel suo “High Visibility” (nel quale ho scritto una nota introduttiva).
FB è libertà di espressione a ruota libera.
Saper usare gli strumenti equivale a saper usare la libertà individuale. La libertà amplifica la vanità, la generosità, i nostri pregi e i nostri difetti, gli stessi esposti allo “struscio” nella “vasca” del paese, nell'happy hour, nel salotto buono, alla vucirrìa, nel salone dell’hair stylist, nel circolo culturale, nella palestra con massaggi, al supermarket, nel sexy shop, al bar dell’angolo e all'Accademia della Crusca.
La libertà in rete che ci offre FB evidenzia quindi la nostra capacità di relazionarci, la nostra educazione ed il nostro spirito etico.
Purtroppo ci sbatte in faccia i difetti, il linguaggio offensivo, le ambiguità ed in molti casi le dipendenze nei confronti di ideologie preconfezionate, misura la capacità dialettica e l’onestà intellettuale...
FB come nota positiva, per concludere.
Per anni ci siamo abituati a dover ricevere opinioni di pochi noti dall’alto dei mass media, senza possibilità di interazione. FB ridà a ogni singolo individuo sociale, alla voce di ogni cittadino, l’opportunità di esprimere la propria opinione. Di interagire. E partecipare a contribuire direttamente, con uno scritto, alla formazione di quell’immaginario collettivo che scrive la storia e il progresso della nostra civiltà.
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lunedì, 02 marzo 2009

senso dell'ospitalità

io non gioco al calcio, per lo più mi son rotto a guardare a bordo campo partite senza maglie numerate né colori di distinzione.
Tutti volevano fare i centravanti. Se mancava un uomo mi dicevano "mettiti in porta". Non cambiava niente: invece di guardare sti bischeri correre dietro la palla da bordo campo li guardavo da in mezzo ai pali. In porta. Ero il portiere.
E' stato da allora che ho iniziato a sviluppare il mio senso di ospitalità: "buongiorno signor pallone, entri, si accomodi, caffèee?".
Non ho più fatto neanche il portiere.

Ma ho conservato uno spirito ospitale.

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sabato, 21 febbraio 2009

io sono

(lanciato da pears e rimbalzato da apefuribonda)

io sono
nato sotto un cavolo.  io non sono e non so un sacco di cose. io sono troppe cose. sono il caos. sono socrate sulla spiaggia, sono il fabbro di taroudant. sono mosé. sono il vangelo secondo matteo. sono agnostico. sono giovanna d’arco. sono innamorato. sono la quiete del tramonto in collina. sono quadrato come il lavandino di graniglia usato come culla. sono l’icona di maiolica appesa sul retro dell’armadio che segna il confine del mondo, sono il mondo nell’armadietto. sono i libri da una parte. una auto di latta con la molla a chiave. io mi sono rotto a santo stefano. io sono la bici da uomo. il portone ad arco. le scarpe nascoste per girare scalzo. il solco di una ferita sul ginocchio. un calcio ad un vetro di bottiglia. le impronte insanguinate della scarpa destra. sono la chiave della palestra del tenca. i manifesti dei giochi della domenica. sono gli ultimi posti sul pullman. il muro assolato della colonia estiva. sono un ragazzo della via pal. sono dumas senza libri, i primi baci alla francese, io ho pensato che credere doveva essere conveniente. io ho toccato il cielo con un dito, con due dita. col dito medio. sono l’operà e la maison du caviar, la discoteca le bain douce e gymnasium e area e n’hell, e gado gado. il tamanaco di caracas. sono "famme sognà", sono l’onda lunga che bagna i piedi sul bagnasciuga. sono bolina. io sono capobranco. sono lupo solitario. sono cristoforo colombo. sono l’enduro. sono il weekend ovunque. la corsa sull’autostrada di notte, sono we can be heroes just for one day. sono may I have a glass of water. le risaie di leghian e i fiori di marzapane. le gudan garan. la barriera corallina. il machete nella jungla. il rublo e il dollaro, il nabucco a parigi. lo champagne e il fruit de la passion, sono il letto che si schianta d’amore. la giacca bianca di humphrey bogart. lo smalto sulle unghie. il traghetto sul bosforo. sono paradise beach. sono la taramosalada. sono gli occhi di sofonisba da anguissola. il coltello di caravaggio, nike di samotracia, la ciotola di riso, i diamanti di san paolo, i capivara del pantanal, la prima volta a borakay, il muro di berlino, le cozze  nel mar nero, la tequila nello yukatan e il rok rom di katmandu. sono il rock’n roll e il reggae, la bouillabaisse, i moscardini in piazza delle erbe, il martini vodka dell’harry’s bar, sono il bambino  tibetano con  la gerla piena di bucce di cocomero a lasha, sono il suo pianto nel potala,  sono la taihna a luxor, il roofgarden dell’olimpic tower, io sono un melograno, il telescopio, le p-brane, gli elettroni i seromoni, le ossitocine e il testosterone. sono un ulivo. sono padre e madre. sono pane e focaccia. sono il palo e la frasca. sono la vigna in settembre. sono l’olio di lino, sono una psicografica, lo scherzo delle sinapsi. le mani nella creta, le mani nelle tue mutande.
sono.
per ora.

e tu chi sei?
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lunedì, 09 febbraio 2009

Amore... Cosaaa?

l’amore è la, o una, ragione di vita, nel senso che ne racchiude l’essenza.
L’amore è anche una medicina a costo zero. Ma le persone stolte lo fanno pagare o lo pagano. Non c’entra il denaro. Avere amore fa la differenza nei rapporti sociali. Nel quotidiano.
Dentro l’amore, con diversa scala di valori e diverse percentuali ci sono molti ingredienti, che tutti conoscono benissimo: simpatia, spirito di appartenenza, cortesia, affetto, stima, corteggiamento, sesso, passione, invaghimento, follia (quella che ti fa uscire di melone, innamorare, ...).
Tralascio volutamente alcuni atteggiamenti che un sentire diffuso vorrebbe assimilare e confonde per “componenti” di amore: la gelosia, la possessività, la rivalità, l’odio,...; perché le considero deviazioni, chiare patologie della sfera dell’eros e non solo.
L’atteggiamento d’amore è superficialmente paragonabile al sorriso nella natura: è anche una difesa.
Perché meravigliarsi se ci si propone “amorevolmente”? Se la simpatia e la stima sono offerte con calore?
Io mi stupisco delle risposte spigolose, della freddezza, del distacco, del velato rimbrotto quando nei rapporti e nello scrivere si manifesta stima, simpatia e quindi amore. Ma intuisco che spesso l’interlocutore che si comporta così, ha un passato di rapporti personali di dubbia qualità. Di rapporti d’amore “vuoti” o fortemente patologici. Di non amore. Quindi — in assenza di sensibilità, o dell’esperienza di riconoscere le distinte sfumature ed i diversi valori dell’amore — è comprensibile la facile chiusura in difensiva.
Sostanzialmente si considera l’amore unicamente strumentale al sesso.  Rivelando un ego fortemente egoistico e una scarsa generosità d’animo.
La gentilezza e la cortesia e un cavalleresco corteggiamento contengono al tempo stesso amore e medicina. Se non ci sono motivi morbosi, fanno stare bene, aumentano l’autostima.
Allora, meglio vivere e amare e, se proprio abbiamo paura dell’amore, vestiamo almeno i panni del farmacista.

Naturalmente, ... con amore.
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giovedì, 29 gennaio 2009

con mino reitano a cavarzere



ero un pischello mezzo esuberante e mezzo timido. Con tutta la vita davanti. La zazzera fluente, la camicia bianca così attillata che un respiro di troppo poteva far saltare tutti i bottoni. Magro come un chiodo. jeans Lee, mica a vita bassa, l’orgoglio di un cinturone vanitoso con fibbia in rilievo: fusione in bronzo lucido di un baby elefante con proboscide rampante e zanne parallele di profilo.
Poca esperienza col bailame dello spettacolo. Sufficientemente attento e dotato di quel tanto di sensibilità che ti fa cogliere l’humus che forma le luci e le ombre del backstage. A volte incontri personaggi attraenti e affascinanti altre volte individui decisamente luridi, magnaccia e viscidoni. Agenti e falsi avvocati che se la tirano, che hanno scritturato con leonini contratti dei giovani ingenui vogliosi di successo. Mi son trovato a Bologna, all’antoniano:  una puntata dello zecchino d’oro!  Ero lì con Federica l’“addetta stampa” di Mino Reitano. Era il suo momento. Mino in testa da un paio di settimane alla hit parade della canzone con la sua “una chitarra cento illusioni”. Lo era stato prima con “avevo un cuore che ti amava tanto”.
Fatto sta che ora son con lui che si passa il fondotinta in faccia, con un asciugamano sulle spalle, un lembo  infilato a mo’ di bavagliolo per non sporcare la camicia bianca. Siamo in un camerino di 3 metri quadri con le pareti rosa confetto e le classiche lampadine bianco latte tutte accese intorno allo specchio quadrato. l’anticamera del palcoscenico. Presenta lo show Mariolina Cannuli, che io vedo lì “in technicolor” per la prima volta, gattona calda e fare seducente; mica la seriosa signorina buongiorno che avevo sempre vista nel tubo catodico in bianco e nero (erano gli ultimi anni della tv in grigio).
Mino si tampona con una spugnetta fine la fronte e il naso col cerone per togliere l’effetto lucido della pelle.
 Mi chiede:
— come va con Federica?
— alti e bassi.
— più alti o più bassi?
— mah, sembra quasi che non riesca a dare il meglio di sé senza mettere tensione...
— sei geloso?
— non so, forse.
— guarda, se è tua, tu lo devi capire guardandola negli occhi. Un uomo deve capire se c’è amore semplicemente guardando il suo viso...
— sarà. Forse. Scruterò il suo bulbo.

Bussano alla porta. Apro.
Una ragazzotta entra e si butta eccitata nelle sue braccia. Se ne frega di me anche se sono a 3 centimetri dal suo respiro. Avrà 12 o tredici anni, capelli neri ricci lunghi ondulati, sudati alla radice. anche la pelle è imperlata e molle, rotondeggiante in pubertà, un corpo acerbo, cicciottello, in pieno sviluppo. Ha anche il tipico odore di quell’età.
— cia.ao... dice col fiato in gola rotto dall’emozione. Respira affannosa, ha il battito eccitato. E’ vestita ancora come aidi. Mino accetta il suo bacio e la bacia. La stringe a sé. Sono senza parole. Incredulo.
Poi la congeda accarezzandola. Io richiudo la porta.
— cacchio... ma è una bambina!
Dico con aria tendente al rimprovero.
— dahi, come si fa? continuo.
Ho negli occhi il contrasto abissale del suo abbraccio adulto. il bacio sulle labbra. il palpeggio
— non è niente, è normale. Lei ora è contenta. E’ felice. Ha avuto quello che voleva.
— e, va beh... non va bene.
— ora lei mi sognerà di notte, ... andrà dalle sue amiche a raccontare che io ho baciato lei...
Dentro di me devo contenere la rabbia. Resto muto.
Lo chiamano e va a cantare.
Questo episodio mi segna i pensieri successivi.
Lo racconto a Federica.
— Lui fa bene, le ragazzine lo vogliono, che c’è di male?
Mi sento un marziano.

Poi il programma prevede di andare a Cavarzere, nel polesine, dove un locale lo aspetta per la “serata”.
Salgo su una grossa auto con lui che parte di corsa nel buio. Siamo in cinque su un mercedes nero coi profili cromati. Ci segue un’altra vettura coi “fratelli” della band e un van furgonato volkswagen stipato di strumenti. Elettricista, tecnico luci, tastierista, in cabina. Corriamo nella nebbia come una carovana gipsi. Il viaggio è lungo, non si arriva mai. Si parla di musica, dei giochi* nel grande tavolo della casa di agrate, nella sala dei trofei piena di coppe (*una specie di “rubamazzetto” dove le carte sono biglietti da mille lire, e i giocatori furbescamente intercalati per sfruttare le regole e le probabilità del gioco).
— c’è solo uno in questo momento che mi batte in italia..- dice Reitano - è albano. Lui ha una scala vocale di 13 note. Un fenomeno.
— devo educare il mio ascolto. capire i passaggi... confesso piano.
— non è difficile, devi fare attenzione al suono, doo, re mi fa, sol la, si, do, doo, miiii. miiiiiiiii.
La sua voce percorre la scala in progressione, il volume si alza alle stelle. Mi buca i timpani.
— tu non sai quanta fatica ho fatto per arrivare fino a qui, a questo successo. Che cambia tutto.
Prima, per farmi notare, dovevo andare tra gente che se ne frega di te, non sa chi sei, devi presentarti, stare attento a quello che dici, sapere quello che dici, ...adesso, è una passeggiata in discesa; la gente sa chi sono, mi saluta, mi sorride. Sgomita. Non devo più parlare, argomentare, fare fatica. Basta che io sorrida e che faccia ciao con la manina.
— e già !
Dopo 3, 4 ore di viaggio interminabile finalmente il cartello "Cavarzere”. La nebbia è sempre più fitta.
Non si sa dove è il locale. Bisogna chiedere più volte. Siamo in ritardo, sono le 10 e mezza di sera. Lo spettacolo è in cartellone per le 21. Oltre al ritardo ci sono gli strumenti da sistemare.
Giriamo l’ultimo angolo.
La via è piena zeppa. Ci si deve far strada tra la folla urlante. Mino si nasconde sotto il cappotto, si piega sotto il sedile.
Un uomo corpulento ci fa abbassare il finestrino:
— c’è Reitano con voi?
— sì è qui.
E’ il proprietario del locale:
— porco cane, siete in ritardo di due ore! non tengo più la gente! mi stanno sfasciando il locale. pensano che sia una truffa. un imbroglio per fregare i soldi del biglietto. vogliono i soldi indietro
— ora siamo qui, rimediamo, vedrai che andrà tutto bene.
— Sì... però... almeno potevate mandare avanti il pulmino, così i ragazzi stavano calmi. Vedevano che “è vero”.
Siamo in mezzo alla folla come mosè in mezzo alle acque. Solo che questa folla non si apre.
Voi non sapete cosa vuol dire essere in mezzo alle onde pressanti, vocianti e scatenate. Si beccheggia.
Penso incredulo:
— Ma non sono i beatles, è “solo” Reitano!
Ho dovuto far posto alla rassegnazione: ho capito cos’è il delirio di massa. La forza travolgente riflessa nel mito. La follia dei fan. Gli svenimenti. Incredibile.
(allora si può! ho urlato dentro di me)
E l’allure della star è tale che anche l’elettricista, anche il tecnico del suono, anche l’autista godono a caduta del fascino. Va a finire che queste galline eccitate si fanno trombare giulive e contente da chiunque, anche una reliquia, una Tshirt, qualsiasi cosa renda fisica e concreta l’inconsistenza e l’eccitazione del sogno. Riempia forse per un attimo il vuoto della loro vita.

Ciao Mino.

Ho rivisto l’ultima volta Mino alla festa di compleanno di fegiz. Diventa sempre più piccolo, si ritira. E’ vero quello che si dice di lui: nel tempo è sempre più genuinamente affabile. di una gioia saggia. Ispira buono. Con la  dolcezza  di chi sente di condividere da subito un’altra vita
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sabato, 24 gennaio 2009

Dialogo sul minimo sistema. Endocrino.


A un certo punto anche la retorica (che non perde occasione per star zitta) sentenziò uno dei classici della sua ovvietà:
— “stare bene è soprattutto stare bene con il proprio corpo”
— vaffanculo... “chiedete e vi sarà dato,” “bussate e vi sarà aperto”, anche questa è saggezza popolare. Il corpo bussa, il corpo chiede. E’ biblico dargli un piatto di lenticchie, aprirgli la porta e servirgli - mica siamo tirchi - anche una spessa spalmata di foie-gras.
— con prudenza. Segui uno degli aspetti della virtù teologali.
— virtù? come la mettiamo con la “carità” che insieme a fede e speranza, è cardine di ogni virtù; all’interno delle classificate “intellettuali” e “morali”...
— sì ! ho scelto la più nobile del trittico: l’altruistica carità.
— carità?
— sì, carità, mica nel senso di elemosina, traduci “generosità”... per esempio fa tristezza pronunciare “dammi una piccola”  (come la fiammiferaia), “generosità” è partire almeno da una “media”
— bissabile!
— “onomasiologico”!
— sì, ma perché mai tutte queste virtù si concretizzano in “generosi” kili superflui?
— si vede che il troppo stroppia.
— dovrebbe essere fisiologico, tanto bevi, tanto pisci.
— evidentemente anche gli enzimi si nutrono alla spina, trattengono il luppolo. Solo a pronunciarlo il “luppolo” gonfia la bocca, riempie.
— come dire “onomatopeico”
— anche se mi metto a dieta ho contro di me gli stessi miei anticorpi. Rigenerano con formidabile precisione, esattamente come prima, le maniglie dell’amore, le ciambelle salvagente, i braccioli, con tanto di paperetta
— come dire “omomorfosi”
— va beh, terra a terra, la ciccia è come una fisarmonica, è elastica. S’allarga, si stringe e si riallarga
— solo che adesso ha fatto band con un tamburo, s’è tesa come una grancassa...
— ahahah... almeno mette buonumore
— vaffanculo
— allora, per star bene con te stessa, sposa la campagna “grasso è bello!”
— vaffanculo
— è l’unica. Come nei rapporti: quando c’è incomprensione è perché non c’è dialogo. Hai provato a parlare col tuo corpo? a tu per tu.
— Ma quale incomprensione! ci capiamo benissimo, c’è il massimo della comunicabilità, dell’appagamento fisico, della complicità, siamo tutt’uno...
— simbiotici
— ma, visto il disagio nel quale mi ritrovo, dopo averlo accontentato, non è che mi sta prendendo per il culo?
— lui ti parla come Lucignolo
— sussurra direttamente a staffa e martelletto “Vuoi assaggiare questo torrone di Cremona, frutto della migliore tradizione dolciaria italiana, un fiore all’occhiello del made in italy nel mondo. Solo mandorle, zucchero a velo, chiaro d’uovo ruspante; sbattuto; biologico... Sano. Aggiungi un po’ di panna”.
Di scatto si alza dal divano e continua:
— guarda, vedi come è subdolo: tira in ballo l’antica arte pasticciera, le tradizioni dolciarie padane, l’orgoglio nazionale, il tricolore con tutta la banda dei corazzieri del quirinale, schierati all’insù con la mano sul petto... in realtà vuol soddisfare e chetare i denti affilati del branco di pirana che sguazzano negli acidi gastrici del mio stomaco
Cammina nervosa, si ferma di scatto, si guarda fissa in direzione dell’ombelico:
— comunque gli ho parlato. A lungo. Tra la doccia, lo specchio e la bilancia. L’ho accarezzato con piacere ruffiano, unto con body milk da 80 euro e gli ho detto “noi due dobbiamo parlare”
Gira su sé stessa come guardandosi in uno specchio che non c’è.
Sbotta:
— non mi trovo bene nel ruolo di una bambola gonfiata
— nemmeno sgonfiabile dopo la prestazione
— una mongolfiera
— ovalizzata con doppio cestello
— non mi distrarre
— vai avanti.
— caro corpo - gli ho detto - ho la vaga sensazione che tu sia stato formato al kgb di putin, alla sezione controspionaggio, intelligence, squadra “doppiogiochisti”
Alza il tono della voce...
— tu godi con me, chiedi goloso e di nascosto fai intesa col nemico, mi metti alla prova, ti vendichi, mi rovini, prepari la terza guerra mondiale, ...non mi vuoi bene.

E’ stato allora che tutti i rotoli dell’opulenza, all’unisono da corale, riuniti sulla balconata dell’organo, cortesi e “faus” come “piemunteis” venuti giù dal bricco :
—“noi lo facciamo per teee, honey”
— ehi, ehi, di corpo ho solo te. eppure cerco di mediare; dopo la nostra lunga discussione credevo di avere trovato con te un compromesso.
— e come?
— semplice. Concludendo non ti ho forse detto, sfinita dalla discussione: “tu, da oggi, ti prego, per favore, non mi mandi stimoli!, NON CHIEDI!, ...ed io non ti do”? okkey?
— l’importante è decidere
— “anzi, metto subito un postit sul frigo”
Il corpo sbotta irritato:
— guarda che non sono solo io “quello che chiede”, sembra che tu non te ne renda conto. Ti sei mai interrogata, per caso, su quel subdolo bastardo intermediario che tiene me e te insieme sulla corda? Quella “mente” di cui tu vai orgogliosa, così esigente, ma mai soddisfatta che se ne sbatte dei sentori della società civile. Dell'estetica imperativa e imperante. Non dialoga, sembra che giochi a backgammon con psiche.
— backgammon ?... il gioco nel quale fino alla fine si può ribaltare il risultato
— azzo, un messaggio di speranza. Ambiguo. Qui le cose si complicano...
— sì cara.
— vuoi dire che tu mi chiedi soddisfazione per placare le ansie capricciose di psiche? Deve rifarsi con me perché perde a backgammon?
— non si sa bene che rapporti abbiano fra di loro - mente e psiche - ma sta di fatto che sono sempre insieme anche se sono conflittuali.
— ok, glielo metterò per iscritto, articolando. Non serve mica un grande trattato
— un “dialogo su un minimo sistema”
— “endocrino”.
— mente e psiche si mettessero in videoconferenza col sistema linfatico, con le isole di Langerhans, l’epifisi e l’ipofisi, la tiroide e pure con le ghiandoline genitali!

— ok, ma non esageriamo
— che stress...
— rilassiamoci
— una birra?
— virtuosa?
— caritatevole...
— una media. Generosa e cruda.
— e la mente? e psiche?
— non val la pena essere conflittuali.
— cosa suggerisci per loro?
— mediamo con Apuleio?
— ok mi va, dedichiamogli i primi versi del libro V:

“Psiche riposò nel soffice prato, mollemente sdraiata nell’erba rugiadosa proprio come su di un letto, e calmò il grave affanno che le opprimeva la mente. Dormì quel tanto che bastò a ristorarla, e, quando si destò, aveva l’animo sereno”

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sabato, 17 gennaio 2009

il piede sulla soglia d’oriente


Ci apre la porta la sua room-mate, bielorussa di Minsck, bionda e eterea, Misha.
— “Guenda è in terrazza, venite”...
L’ambiente è ampio e fresco, dopo il salone con parquet di rovere chiaro, arredo hig-tech, ci infiliamo in un corridoio in penombra color arancione vivo che si accende passando in fondo dal buio alla luce netta del sole di luglio. Sono con Alberta che mi ha portato lì in esplorazione: secondo me s’è messa in testa di fidanzarmi con una qualche sua amica. Due fave con un piccione. Tempo prima avevo fatto lo stesso con lei. Mi ha già presentato Laura, che però, dopo uno sguardo d’intesa (“non fa per me”),  insieme come complici navigati, l’abbiamo impacchettata, infiocchettata al meglio e messa profumata nelle braccia di Louis, galante e bello,  capello nero appena ondulato, pronto,  a pelle d’orso, per una storia dura. Poi era stata la volta di Silvana, con la scusa di un tè freddo e di un sorbetto allo yogurt e lo scambio di infradito gelatinosi verde evidenziatore. Ma già la conoscevo, è di quelle del genere ispirato upper class, in divisa anche nel vestire estivo: orecchino e collana coordinati, sempre in ordine. Golfini seri, cotone e seta, colori pastello, 2, 3 fili rasi, girocollo largo, al massimo uno scollo a V, ma che non invita ad andare oltre la conversazione da salotto buono. Con ventaglio. Reale o immaginario.

Usciamo in terrazzo e tra vasi a schiera di lavanda fiorita da una parte, grandi giare con bambù alti e sottili, una parete di rose, in mezzo, su una chaise-longue di tek scuro, Guenda è sdraiata con la pelle al sole come una foto di Bruce Weber, allungata sull’accappatoio di spugna bianco aperto, abbandonato sotto.
Un libro rovesciato spalancato per tenere il segno sul pavimento di cotto.
— ciao Guenda!
Lei gira solo la testa.
— ehi Alberta, siete arrivati! ho fatto una doccia e mi son messa qui: è il momento più bello della giornata, il relax che più mi piace, adoro quest’ora, il sole è caldo ma non opprime.
Si tira su un lembo di spugna a coprire in un gesto naturale il ventre e i seni.
E di origine dominicana, alta, la pelle creola, i capelli neri lisci lunghi, eredità di sangue orientale e dei miscugli etnici fatti nei secoli dagli spagnoli. Tracce di storia riscontrabili peraltro persino nella cucina ispanica. Basta dire che il piatto nazionale, la “paella”, è a base di riso ma non c’è una risaia in tutta la penisola iberica: è il risultato di 400 anni di permanenza dominante  nelle Filippine dei conquistadores di Carlo I (una volta, in uno spiazzo vicino a Cebu nel mezzo delle 7200 isole dell’arcipelago mi avevano detto “è qui che nel 1521 gli indigeni hanno ucciso Ferdinando Magellano”).
— Che bella sorpresa, — continua Guenda — ... mi chiedevo ieri con le ramarre, che fine avessi fatto... come va?
Intanto allunga la mano verso me e
— ciao, sono Guenda...
Le prendo la mano e me la avvicino in un abbozzo di baciamano, la guardo dritto negli occhi neri:
— ciao Guenda, ti vedo bene, sono Marco... ma... chi sono le ramarre?
— Le ramarre è il nostro gruppo di donne, quando ci riuniamo da sole per raccontarci cose da e di donne... il “gossip de noaltre”.
Pronuncia in perfetta scivolata romanesca.
— come lucertolone al sole che si limano le unghie...
— velenose?
— QB
Poi rivolta ad Alberta:
— Sei bella abbronzata, dove sei stata?
— Ho passato una settimana a Trivandrum, in una beauty farm, dieta, helt care sul mare, riposo, massaggi e coccole. Dopo l’inverno mi dovevo dare una mossa, abituare le mie ossa e la mia ciccia alla vacanza, rientrare nel bikini. Così ho fatto un po’ di rodaggio, ne avevo bisogno, alla fine ho lasciato là una valigia di tossine.
— Così ti sei fatta pasticciare, mettere i polpastrelli addosso, bella scusa.
— Dov’è Trivandrum? chiede Misha.
— in India, all’estremo sud, quasi a Capo Comorin.
— vicino a Goa?
— Molto più giù di Goa. Mi chiudo in questo posto fantastico, una vera fabbrica di benessere. Il mondo può sparire. Patatine e ketchup compresi...
Solo tisane allo zenzero fresco e tè al gelsomino.

— Volete un tè? ... Misha, hai voglia di fare un tè?
Guenda si mette seduta, mi guarda e mi fa cenno di prendere posto e sospira:
— Deve essere meraviglioso, non sono mai stata in oriente, l’Italia è il paese più a orientale che ho visto. Per l'esattezza Venezia.
E’ stato in quel preciso istante che mi è salita la voglia di esaudire il suo desiderio, prendere la sua mano e portarla in un viaggio verso est, sud, sud est. Est.
Così ora, tanto per cominciare, tra natale e capodanno, le ho fatto mettere un piede sulla soglia d’oriente. L’ho portata a Istanbul, la porta dell’Asia. Non è il grande viaggio, l’avventura che avevo in mente ma non aveva  che pochi giorni, poco più di un long weekend. Proprio non poteva di più.
Siamo 25 metri sotto terra in mezzo all’acqua, un vago eco sordo rimbalza  sotto le centinaia di colonne di pietra bianca che reggono altrettante volte ad arco che formano allineate la piscina-cisterna sotterranea  della Yerebatan Saray, la grande cisterna della basilica, nelle viscere di Costantinopoli, fatta costruire dall’imperatore Giustiniano per garantire acqua potabile ad una città adagiata in mezzo a 3 mari salati. Ci han girato un pezzo di “007 dalla russia con amore”. Siamo nel punto più lontano, davanti al volto ciclopico rovesciato sulla guancia, gemello di un altro a testa in giù che ricordano medea. Ricavate ognuna da un blocco di  almeno 10 metri cubi di marmo bianco di delos. Verde di muschio a pelo d’acqua. L’acqua arriva agli occhi. A un occhio.
— Cosa rappresentano?

— Perché a testa in giù?
— Non si sà.
— Suggestive.
— E’ un mistero.
— Ma una volta tutto aveva un significato.

Chissà perché mi ricordano la burla delle teste di Modigliani nel canale di Livorno scolpite col black&deker.
I nostri passi sui camminamenti sospesi si riverberano fusi ai riflessi sugli alti soffitti.
Torniamo alla luce.
— Ok, è arrivato il momento di andare a mettere il tuo piede in Medio oriente. Attraversiamo il Bosforo, è sempre magico, prendiamo un traghetto...
L’imbarcadero e le navi sono rimasti immutati, come li ricordavo. I piccoli finestrini a sbarre delle biglietterie, la moltitudine di viavai nera. Solo l’odore di carbone che profumava l’aria misto ai profumi caldi dei fritti nei baracchini del porto s’è quasi perso. Ti davano in un cartoccio di carta di quotidiano un fritto fresco di pesce, peperoni e   cipolla a spicchi, tutto spolverato di sale e pepe. Si son fatti rari anche i venditori di "chai", il tè nel bicchierino a tulipano portati nei vassoi di ottone ricamato simili a stadere. Una volta erano ovunque.
Dopo 30 minuti di traversata guardo il suo piede infilato in un’adidas arancione toccare l’Asia. L’arancione è il suo colore preferito. Sono eccitato. Come un bambino davanti alla vetrina della playstation 3. Le mille e una notte di giorno. Non posso vivere senza emozioni. Ma basta poco. Ho voglia di baciarla.



CisternYEREBATAN
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mercoledì, 17 dicembre 2008

et voilà! pensante scorre il mojito

(consigli edonistici da apefuribonda)

"un mio amico soleva dire che la felicità è il giusto grado alcolico nel sangue. più che dirlo, lo farfugliava, ovviamente. per me la felicità è questione di pensiero, per lo più. quindi riscriverei, in favore della felicità universale:

a campo dei fiori sotto giordano bruno, pensante scorre il mojito.
(et voilà!)"
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domenica, 07 dicembre 2008

scorre il mojito.

a campo dei fiori sotto giordano bruno pensante scorre il mojito.
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giovedì, 04 dicembre 2008

miele eccitante (gay e religione)

(grazie allo spunto di  * "apefuribonda" che ha provocato l'argomento)

miele eccitante*,
mi sono chiesto più volte come mai una chiesa che ha fatto verbalmente della tolleranza la propria bandiera tanto da esaltare il motto “se ti schiaffeggiano, porgi l’altra guancia”, sia così contraddittoria nel non accettare il ventaglio delle creature così come mamma (ignota mather cosmica) le fece (o, per chi ci crede, come l’onnipotente deus ha fatto). Un paradosso sul piano più strettamente umano!
Rilevo anche, secondo me, non meno grave, il menefreghismo e l’assoluta mancanza di rispetto al preciso imperativo del “signùr in terra”: — “andate e moltiplicatevi” . Cioè il dovere di fecondare in capo a chiunque abbia seme da spargere.
Adducendo arbitrari “valori” alla castità la chiesa impedisce categoricamente ai religiosi, con l’imposizione del celibato, di eseguire gli ordini imposti dal capo in persona! (ma più avanti vediamo perché).
A questo premesso cardine, perché lo è, ho cercato di dare delle motivazioni storiche e sociali e mi son trovato una possibile risposta, verosimile. Logica.
I motivi credo siano fondamentalmente due. Di vaticana vitale importanza.
(mi concedo qualche semplificazione)
Primo.
Additando i “diversi” come “impuri” si è voluto, e si vuole, scientemente mantenere l’emarginazione dei soggetti con diverso cromosoma dallo standard. Associando questa condizione con il peccato — operazione intellettualmente diabolica — mette gli omosessuali nel calderone omologo agli assassini, con  il risultato di  produrre a sua volta un paio di fenomeni conseguenti:
1 — relegare, peccato e peccatore, l’omosessualità, all’interno di un tabù, un buco nero che produce il facile rifiuto di parte della società che emargina  ignorantemente e condanna l’omosessuale al disagio esistenziale;
2 — qui viene la parte ancor più diabolica. E’verosimilmente successo che paradossalmente schiere di omosessuali, resi disadattati dalla chiesa, abbiano storicamente trovato “conforto” nell’accoglienza della chiesa stessa; alla ricerca del “perdono” (!). Espiando e deviando nella penitenza e nel cilicilo il loro “peccato originale”. Producendo libero sfogo gratuito alle procurate psicologiche deviazioni, come manifestazioni sado-masochistiche e tutti gli eccessi tipici che accompagnano i disagi sessuali (gli psichiatri possono precisare sulle patologie derivate).
Insomma identificare nelle celle dei conventi, e simili,  i luoghi luminosi dell’espiazione della “diversità” diabolicamente appiccicate (come la palese stella di davide sulla manica dei giudei nella germania di hitler).

Il celibato, e questo è il secondo punto, unito al voto di povertà in carta bollata (!) obbliga ogni singolo religioso ad operare in favore del mantenimento e accrescimento del “capitale sociale”. Ne consegue che ogni religioso militante lasci in eredità alla chiesa il frutto del lavoro di tutta la sua vita. Il patrimonio complessivo nei secoli è sotto gli occhi di tutti. (Se il singolo si chiama padre pio, il lascito è un malloppo interessante. Più papi se ne sono interessati direttamente. E’ santo).
Più la società è emancipata dalle suggestioni religiose e meno sono le “vocazioni”. Quanto più è alto il disagio sociale e la sofferenza esistenziale —  e l’omosessualità, se emarginata, abbiamo visto, è vissuta come imperfezione, come peccato, come colpa da espiare — tante più saranno le “vocazioni”.
(Il fatto che la chiesa sia così trincerata nella conservazione del disagio,  potrebbe dare più credibilità a questa tesi)
.

Cosa deve fare la società civile?
Il tabù, il silenzio, non può risolvere un problema esistenziale primario tanto viscerale quanto la sessualità.
Solo parlandone la società civile può riscattare la sua parte di connivenza, può riparare  emancipandosi al danno perpetrato per secoli.

In fondo stiamo parlando della libertà di amare.
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sabato, 29 novembre 2008

baby adorata

sono un po' di sere che faccio tardino, sabato, 5 del mattino, dopo che anche l'ultimo locale ci sbatte fuori, la strada è il nostro salotto ambulante. Delle due che sono con me, la più appassita cerca maniacalmente fumo (la risposta è “solo droga di stato, alcol”... oppure “no, solo roba pesante... coca, crak), sono contrario alle droghe, ora cerca rum, cerca di attaccar briga con chiunque; alle colonne s’è messa a calciar pallone sul sagrato nell’ebbrezza di scaricare revances, vitalità in esubero; con ragazzi divertiti che suggeriscono affabili “guarda ciccia, fai l’arbitro, ti vediamo bene col fischietto”.
Della fauna che compone il branco certo la più stravagante e creativa è Deseiros: una brasiliana (?) di 24 anni liscia in volto come un baccarat, capelli color volpe rossa lucida, lisci e lunghi un metro, che sfida le altre femmine alla comparativa, al confronto delle tette, spoppandole con orgoglio a polpastrelli interessatissimi a toccare e provocare. Due bocce tese e abbronzate, coi capezzoli teneramente afflitti da uno strabismo di venere all’esterno, est-west. e anche un pochino sud. Nello scorrere la zip nel canale dei pettorali ora mostra orgogliosa la sua tartaruga tatuata fino all’ombelico (“che dolore, una mezza giornata di passione”) e mette anche il drago infiorato sul piatto della sfida: bella competizione. Chicken fighting. Vinta in partenza. Ti lascio immaginare il tono vampiro e molle brasileiros.  Nonostante i suoi occhi invitino proprio me con occhiate che gridano “uhe! mi sto esibendo per te, non vedi? tocca la merce!...” mi astengo.
“non hai freddo?” “No bambina signora, vesto roba calda, solo capi firmati... questo è un maxmara! Comprato a San Babila!”.
Lo fa con orgoglio allargando i capelli dal collo di pelo lungo nero e lucente del cappotto ampio a vestaglia sempre più nero e morbidoso. La luce moscia della strada dà retta solo a lei. Non è come uno spot al teatro ma l’insieme è suggestivo. Si atteggia a oggetto del desiderio in una cornice di lattine e vetri di birra vuoti. Continua “ho 24 anni, faccio la puttana, guarda che tette sode, — di nuovo porgendole a piene mani — senti che gambe toniche, 2 ore di palestra tutti i giorni, acchiappa la mia chiappas” Mani di donna si incrociano, tastano al confronto le proprie e le altrui cosce e culi.  “E guarda che sorriso" (un diamantino incastonato in ogni incisivo,...smart smile!) "sono ricchissima, metto il mio culo su una porsche, bambine" "ma mica son scema,... mi son tenuto un bel cazzo da 18 centimetri". “Tu sì che sei furba” ribatte la zia già intenta a trattare merce con un gigante neronero palestrato in dolcevita e cappottone blu in compagnia di ex hippy magrolino con coda di cavallo bionda che sbuca dalla coppola, lunga fino all’inguine dei jeans bassi tutt’uno con un cagnolino bastardo al guinzaglio-lacero-tracce-swaroski.

Intanto, nella distrazione Deseiros mi tira per un braccio sirenandomi all’orecchio “attento alle tue amiche, quelli sono rapinatori, violenti”... “dai vieni via con me”. “lascia qui le tue amiche” “andiamo lì, prima di julip’s, ...”  “andiamo, non perderti, ...”.  “vieni con me, non perderti...” La fisso negli occhi complice con doppia allusione, prendo i suoi bicipiti nelle mani allargando le braccia e mi congedo:“Devo proteggere le mie vergini tesoro, anche se avrei voglia di rubare alla tua mente”
Mi giro, Caterina e Agnese si imbucano al seguito del guinzaglio swaroski in un centro sociale zeppo di finti alternativi, cileni, milanesizzati, arabi, cingalesi, leccesi e altoatesini. Musica jazzeggiante-techno-rap, donne si sbattono a molla sincopata in pista bagnata di birra, nella calca t-shirt analfabete coprono muscolature intellettuali, tascapane, gilet di cuoio, barbuti, murales ossessivi, colori aggressivi. Birre medie. Non mancano luci e neon colorati. Alla regola anche il cesso. Alla turca. Porte scorrevoli formato pinocchietto, pavimenti in cemento luridi di piscio e birra fusi in una papposa fanghiglia. La carrucola gira, dentro un altro. E’ a questo punto che ti vedo.
Come stai?” chiedi.

me la sto cavando dolce baby adorata, oggetto tu sì del mio desiderio” non so se sente le mie parole nel frastuono mentre guardo in successione le sue labbra e i suoi occhi. Ancheggia lentamente e ondeggia flessuosa. Mi interessa solo bypassare le convenzioni e i preamboli e infilarmi dritto nella sua bocca e nel suo cuore “...anche se so che mi devo limitare ad avvolgerti di carezze e farti mia principessa-signora in un abbraccio virtuale

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martedì, 18 novembre 2008

Stalking, hybris, i deboli e le regole.

(Considerazioni al post di Ameya,"Né con te né senza di te")

E' sempre più evidente il condizionamento del fattore ambientale come ingrediente scatenante nei comportamenti patologici. Del genere stalking e hybris. E non solo.
Non pare difficile vederne il perché: una mente debole è maggiormente influenzabile dallo stereotipo dominante, dal modello di tendenza, dall'idea distorta del successo.
(Quando non si poteva divorziare, la mente soffocata in un  rapporto, stretto o frustrante, progettava l'uxoricidio. Ora non è più così).

Più la società è deregolata e più i soggetti deboli, perdendo quei modelli univoci di riferimento, degenerano nelle loro patologie latenti. E’ sempre l’insicurezza la molla che destabilizza. L’insicuro è generalmente debole in dialettica, con visioni panoramiche limitate.
Che cosa dà sicurezza a un insicuro?
Avere regole certe, punti di riferimento forti.

Non a caso le religioni contano sulla "fede". Credere senza chiedersi perché. Morire per le proprie idee. Essere gratificati nell’estremo sacrificio — il martirio — con un sogno utopico delirante.

Il contrario di “aver fede” è quel che serve — secondo me — alla convivenza civile oggi. 
Costruire un unico orizzonte evolutivo condivisibile — nei rapporti di coppia come nella società globalizzata — è molto difficile senza una buona conoscenza reciproca e una crescita dialettica.
Poi si devon fare i conti con la natura che, per il successo del proprio disegno, a noi ignoto, ha dato all’amore gli stessi connotati della follia.
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giovedì, 06 novembre 2008

Meglio venirci ansante, roseo, molle di sudor...

domenica scorsa ero all’ombra degli alberi, il tavolo apparecchiato, una atmosfera rilassata, di fronte a me Bambi poi Luca, Marcella, Maurizio, Claudio; su un altro tavolo Gaetano, Alice, Federica, Pietro, Elena, Francesca. Sui piatti grigliata di carne, salsiccia, spiedata mista, formaggi, fette di focaccia calda, grissini, insalata di cicoria e cipollotti. Acqua, vino rosso nei vetri a tulipano. Battute e sorrisi. Il cielo azzurro.
Mi  vibra il cellulare sulla coscia: “Pronto...” .
Una voce cerca le parole... “sono il vicino di casa di suo fratello... si è sentito male... anzi è freddo e nero, lacrima sangue, scusi se non ho le parole adatte ma per me è morto, sì...  è morto...

La notizia è di quelle che senza chiedere permesso si infilano in gola e si conficcano nel cuore. Il dolore è anestetizzato dall’amore; l’intimità non trova spazio sulla tavola imbandita. Mi tengo il fratello mio per me, non lo divido con nessuno.
Dico senza voler commenti: “Eugenio si è sentito male, hanno chiamato un’ambulanza...


Poi il pensiero va da solo a ripassar la vita, al cipresso piantato là nelle intemperie, al freddo della natura immobile, sola se pur con altre piante intorno.
Certo, perché render partecipi altre piante piantate intente a succhiar linfa e sole e calore per se stesse, per far rigogliose e forti le radici, far dolci, desiderosi e generosi i propri frutti? Il sè stesso, l’ego è principe. La natura insegna.
Perché stupirsi allora se cercando risposte tra gli affetti che il cuore vede vicini, si trovan piante solo tese a  guardar se stesse. La legge della natura ha scritto così. No problem.
In questo proceder trasversale ogni foglia è un pretesto, ogni zolla ha una domanda e un perché, ogni singolo respiro è l’intero eppur parte trascurabile... ogni azione e pensiero che attraversa la mente son sia fine a sè stessi che parte di una catena, un disegno di vita e illusione di amore.
Allora, chissenefrega di dare un bacio se il gesto è solo un frugare consumato per trovare un affetto che forse non c’è.
Bizzarro in questo momento desiderare tracce d’amore per sè.  La natura insegna: ogni singolo filo d’erba vive per dare vita a sè stesso.  Perché mai dovrebbe dare affetto e amore ad un altro filo d’erba...
... in fondo è solo un pezzo di natura.


p.s.
Oggi venerdì, dopo una settimana di burocrazie, Eugenio riposa in pace sotto una coperta di rose bianche.
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giovedì, 24 luglio 2008

se vai al mulino

(omaggio alla temeraria curiosità di psicotaxi)


"se vai al mulino t'infarini" diceva il nonno.
La retorica voleva — e vuole — così.

La mia temperanza, per contro, mi ha sempre fatto pensare, con molta ferma convinzione e, forse,  presuntuoso orgoglio e sopravvalutazione del mio io, che la sfida del tutto personale da raccogliere doveva essere modificata in: "vado al mulino e non m'infarino..."
Così, da sempre, giro per mulini farinosi, nelle vesti  a volte di capiente sacco di juta o pesante pietra macina o manciata di frumento o cazzuto nobile mugnaio o umile garzone. Immergo le mie mani e tutto me stesso nella gamma delle farine, 0, 00, zero tenero, zero duro, facendo dell’impalpabile rarefatto macinato la mia conoscenza. Conservando il mio “io” — chissà com’è — vergine e intatto. Ma, seppur senza avvertir l’ombra di una brezza impolverata sul mio corpo, son certo di aver stampato nella mente ogni nascosto angolo di ogni singolo mulino e di tutta la granaglia raffinata.
Di prima qualità o composta di cialtronesco imbroglio.

La farina tutta è come spettro dell’ignoto o di quel che non accetto per sentito dire.
Così frequento i mulini del mondo.

Eppur mi sento puro.

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giovedì, 05 giugno 2008

Sce-sce, le labbra di Mei Lin ricordano

Adoro la tecnologia. Posso avere al telefono chi voglio. Un eschimese yupik perso nell’alaska. Mubarak nel cuore del ramadan. Delirio di onnipotenza. Semplice, basta avere un telefono, un argomento valido, tanta pazienza e tanta cortese gentilezza e bypassi tutti i filtri. Un atteggiamento. Esperienza.
Avevo sentito qualcosa di simile dalle parole di Sergio Leone che in una fascinosa intervista ripercorreva i suoi inizi in giro per gli united states. Raccontava: — C’è una frase magica che, bussando, apre tutte le porte negli states, anche le più diffidenti, difese dalle tendine e dai winchester e isolate, sperdute per miglia: “hallo, please, may I have a glass of water?”
 
Perché l’acqua è sacra negli usa. Questa frase apre le porte e il sorriso, vince la diffidenza; ti servono l'acqua con un bicchiere di ghiaccio appena entri in qualsiasi posto. Senza chiederla. E’ un retaggio dei pionieri del west.  Arrivavano accaldati, sudati, luridi, non si sa da dove e se ne riandavano dopo aver bevuto acqua fresca, a cavallo, sempre sotto il sole a picco accecante e polveroso.
Dare da bere agli assetati. L’acqua non si rifiuta mai... chiedete acqua, vi sarà aperto.
Dopo aver percorso in email almeno tre volte il giro del mondo, preso appuntamenti agli orari più disparati, la sveglia puntata a ore assurde, sento che è proprio la volta buona, ho avuto il numero di Mei Lin da una del suo staff. Sono le due meno un quarto di notte in Italia, le otto meno un quarto del mattino a Lamma Island. E’ quello di casa, lo faccio.  00852418...  puff...  mi prende l’emozione: il telefono squilla cinque, sei volte, quel rumore lontano che pulsa nel vuoto opaco, gnuuug-gnuuung, gnuuug-gnuuung, gnuuug-gnuuung...
Tik-tlack... ssff...
— “hallo...”
La voce è femminile, chiara, appena avvitata da un’eco.
— “Hi, I’m looking for...I would like t talk to Mei Lin... vorrei parlare con Mei Lin...”
Arriva subito col riverbero, la risposta
— “Sono io, who’s speaking?
E’ strano come dopo aver cercato con tenacia una voce, rovistato mezzo mondo per trovare una traccia, un appiglio che mi rimettesse in contatto con la sua pelle tesa, i suoi gesti aggraziati, pensandola tra le rovine del terremoto, ora ero lì con un entusiasmo meccanico, convenzionale. Impacciato. Perché proprio adesso cuore mio sbruffone mi fai questa parte da imbranato teenager? Dove cavolo è finita la tua spregevole insolente sicurezza che usi nel trattare con la baby di turno in evidente stato di esubero di carinerie?...
Ci provo:
— I’m Marco... il primo italiano che hai conosciuto... a Chengdu,... da studente
Malko!? ...the milanese?! ... the bandaged ?!
Urla.
E’ proprio lei (portavo delle striscie stracciate di tshirt a mo’ di bende tra i polsi e il palmo delle mani, con un giro attorno ai pollici: per avere un aspetto low profile, comunicare “povero”, per sentirmi più in sicurezza).
— stai bene? ti ho pensato a chengdu... nel terremoto.
— dove stai? cosa fai? come è la tua vita?
Che tragedia, tutto è distrutto a Chengdu. Ma io mi sono trasferita con la famiglia a Kowloon 10 anni fa. Ora vivo single, ho una mia casa di fronte al mare, nella Picnic Bay di Lamma Island, nella grande baia di Hong Kong.
— Sono su un terrazzino e faccio colazione, ho di fronte solo il mare blu in una cornice di verdi cime di palma, vicino a Sok Kwu Wan...

— Sono stato fortunato, ce l’ho fatta a ritrovarti...
Vorrei dirle tutt’altro.
Sono partner in un trade office, sono corrispondente-consulente di 140 camere di commercio governative in tutto il mondo. Promuovo l’industria e gli scambi commerciali tra la cina e il resto del mondo... sono spesso in viaggio.
La sento manager sicura e navigata, il business ha colpito la timida ragazza con la sottana di cotone indaco che scrutava il mondo da un orizzonte chiuso. Ora il mondo è nel suo palmare.
Ma la mia passione si scatena il weekend.  Sono member al Royal Yacht Club
di Lamma Island. Appena ho tempo libero vado in barca a vela. E’ molto bello qui. Vienimi a trovare, Malko, “the bandaged”.

— Ho voglia di vederti Lin.

“Fare un upgrade”, penso, cercando di immaginare la dolcezza in una donna fatta e finita.

(sce-sce = grazie)
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mercoledì, 14 maggio 2008

Quei giorni a Chengdu

il battesimo con la Cina nuda e cruda è un secchio d'acqua sporca che mi si scaraventa addosso a Guangzhou, la città che in Italia chiamiamo Canton. Nemmeno lontanamente paragonabile a Hong Kong, per i cinesi Xianggàng, “porto profumato”. Come passare da Las Vegas a Kabul. Da una parte il business negli alberghi lussuosi, cocktail nei lounge, moquette a fiori, musica di sottofondo, letti straboccanti di lino, orchidee, le corbeilles di frutti esotici e i bigliettini dorati, poi nelle stadine la carne nuda delle entrenouses con tre paillettes sui capezzoli, il divertimento lurido e viziato della notte, le vetrine gonfie di tutto quello che vuoi. Passare dai traffici e dal traffico caotico al nulla.
Solo mezz’ora di volo da Hong Kong per sfondare il tempo, atterrare all’aeroporto lunare di Guangzhou, grigio, con dei cinesi dentro, tanti, e vuoto di cose; più simile ad una caserma abbandonata coi pavimenti di cemento reso lucido dallo struscio. I vetri rotti. Il piazzale, fuori, è in terra battuta, solo due auto grigie tipo taxi e l’autobus del formicaio. Fermo. E’ mattino, le 11 appena passate. Sono partito in waiting list all’improvviso, senza programmi, dal Lantau Island Airport di Hong Kong, imbucato “al volo” con un biglietto di sola andata (“senza conferma del volo di ritorno, sorry, niente R ticket”), per farmi un giro in Cina prima di raggiungere il branco a Leghian. Dopo Jakarta. Voglio andare anche nel solaio del mondo, a Lahsa, in Tibet, a visitarmi il Potala.
Eccomi qui. Intanto su saturno. Circondato da saturniani gialli. La metà sono in divisa, senza gradi. Devo trovare subito un volo per una città che mi faccia sentire nel cuore della Cina. Qui mi sento tutto sommato ancora troppo vicino all’Oceano, una via di fuga. Ma ... “niente prenotazione fatta prima, niente volo”. Con una sola certezza: i cinesi sono tanti. Anche se volano in pochi, son sempre tantissimi. Cento/trecento posti su un Boeing della CAAC sono come un tandem con due selle sul quale vogliono salire in tre. Il primo volo prenotabile nella direzione che mi interessa è fra venti giorni. Non va bene. Non rimane che la waiting list,... che si rivela presto una nuova stravaganza. Immaginate: in mezzo a una lista di scarabocchiati ideogrammi di nomi cinesi scrivo, in stampatello perfetto,
以成都
作为起
“MARCO” 
经过武警
水电钟艰苦
卓绝县城的
被打通.
Mi rendo conto di essere ridicolo: è come chiedere a un geometra di Fiumicino di leggere il mio nome in cinese. No. Non può funzionare.
Vediamo il da farsi. Intanto che ci penso, meglio mangiare qualcosa. Si ragiona meglio.
Un ristorante cinese in Cina non è come un ristorante cinese di quelli che conosciamo, con lanterne rosse, quadri di draghi e cornici dorate. Cinesi sorridenti. E’ solo una stanza con dentro dei tavoli, indispensabili per appoggiarci sopra piatti, teiera e chopsticks.
Ieri sera avevo cenato con quattro amici a Kawloon, nel quartiere più cinese di Hong Kong. Si capisce che è cinese-cinese perché il menù è scritto solo in cinese. Sagace. Niente traduzione inglese.
Abbiamo mangiato noodles con prowns messi vivi in una pirofila annegati con sakè, chiusi con coperchio trasparente e fatti cuocere, flambé. Lì sul carrello di portata. Schizzavano da tutte le parti nella pentola a vista e contro il coperchio, lanciando striduli lamenti, come stoici saltatori senz’asta. Preolimpionici.
“E’ come il napalm coi vietcong, in apocalipse now”, il sarcasmo aiuta sempre Cesare.
“A me ricordano i balli sfrenati di Cabaret, le risate eccitate prima del disastro della guerra”. Dico.
Le ragazze in coro mesto-sofferto: “Huhuu..., poverini, che pena...”.
Poi si son leccate le dita. E noi con loro.

Invece ora sono qui con una ciotola di riso e tre cosce di pollo lessate, due foglie di insalata tipo indivia. E rapa a fette. “Perderò peso, almeno sarò tonico — penso — dieta del rapanello...”
Poi è andata così: dopo venti voli decollati senza di me, il ventunesimo mi imbarca, destinazione Guilìn. Boh?!
Mi son messo tutto il pomeriggio alle costole di un faccia da bambino in divisa — che dice di essere il capo scalo — consapevole che solo stressandolo, sadicamente, “posso avere come risultato la mia eliminazione fisica: veder spedire il mio corpo da qualche parte. Solo per essere tolto di mezzo".

Così sono atterrato a Guilìn di notte.
Non so dove sono ma mi sento già un po’ più nell’ombelico del mondo.
Niente asfalto, niente catrame. L’unica auto che circola tra le risaie è quella che mi accompagna dall’aeroporto, all’albergo. L’unico edificio diverso e più grande degli altri. L’alternativa sarebbe dormire in casa di qualcuno. Ma non vedo serrature alle porte. Dormire in una casa senza porte. Non me la sento.
La stanza d’albergo va bene.
In camera c’è una teiera infilata in un cofanetto di raso che tiene l’acqua bollente; da una tasca tolgo la tazza classica. Il tè è in scatole di latta, tè verde, al garofano, al gelsomino,... Metto un cucchiaio di tè verde e verso acqua bollente. Scatto una polaroid del tavolino fumante. Una doccia prima di dormire. Di schianto.

Guilìn è un posto da visitare nella vita.
Senza rumore se ne sta alla riva di un’esse di fiume largo e piatto come un lago. Tutt’intorno monti a cono, massi ritti spuntano dal terreno e toccano il cielo. E sulla punta un piccolo tempio. Un pagodino. Mai visto uno scenario così. Pescatori su barchette leggere che sembrano di carta di riso sono immobili con le canne senza mulinello. L’acqua diventa porcellana blu. Come nei paesaggi pennellati tipici che vendono tra le cineserie. Venti euro, cornice compresa.
Benedico la sorte e il bambino caposcalo in divisa da adulto se mi trovo catapultato in questa favola fuori dal tempo. Surreale, un magnetismo forse dovuto all’assenza di un qualsiasi rumore inquinante. Non un motore. Non uno scarico di co2.
Ho un libro con me: “La cina prima di Marco Polo”. Mi guardo intorno. Non è cambiato nulla.
Ma non è di qui che voglio parlarvi oggi.

Oggi dedico il pensiero a Chengdu. Per via del terremoto. Ci arrivo dopo una tappa a Chongging.
Chengdu è la
capitale dello Sichuan 四川省 "quattro fiumi", la città del grande Buddha della montagna, del parco coi panda, poco lontana da siti archeologici che si stanno rivelando uno scrigno di tesori di 5000 anni fa. Reperti in giada e bronzo perfetti. Più vecchi delle piramidi. Dove tutto pare sia già stato scritto.

E penso a Mei Lin, forse nelle macerie del terremoto. Forse con le braccia spezzate, i capelli stopposi di calcinaccio. Mattoni come lame tagliano la sua carne.

Mi si affianca silenziosa arrivandomi da dietro nel vialone che porta alla grande piazza con Mao che invita pacioso e sorridente al saluto. “Hallo, hi, sono studente, studio lingue, voglio fare l’operatrice turistica, I bless you!". Benedice il fatto che io sia qui a dargli l’opportunità di conversare. Ha 18 anni, un viso luminoso senza una piega, un ovale leggermente allargato, i capelli diversi da tutte le altre. Non sono neri. Sono castano scuro, lisci e sfumano degradati verso il mogano. I suoi gesti sono ampi e misurati: morbidi come un pastello. Il labbro superiore pronunciato, scolpito, disegnato tutt’uno con quello inferiore; ha una tshirt bianca che copre i seni piccoli, una sottana qualsiasi leggera di cotone grigio-jeans che a lei sta bene e dei sandali incappucciati che sono a metà con delle imitazioni nike. E’ timida a tratti. Fa domande su qualsiasi cosa, è felice. “Come è la Cina dopo Mao” le chiedo. “Mao non è stato un gran bene per la Cina, ora è meglio”. Dice “Tutti vogliono avere una vita migliore. Guarda quei bei palazzi d’epoca, trasformati, degradati in case popolari... guarda, nessun rispetto per la cultura del passato. Ora dobbiamo ricostruire la nostra memoria...” E’ vero... “Fa un certo effetto — constato — vedere un palazzotto neoclassico perfetto, annerito dal tempo, pieno di cordine e panni stesi di tutti i colori. Volgari costruzioni incolte, ignoranti, affiancate, unite con la calce senza pietà per lo stile, la cultura. Una violenza. Uno stupro” Mi rendo conto dalle sue risposte che chiedere a lei di Mao è come chiedere a un fiorentino di 20 anni di parlarmi di Mussolini. “E chi è?” sarebbe la risposta.
“Chengdu è una città che sta crescendo velocemente — dice con orgoglio — guarda quante gru lavorano, anche di notte i cantieri non si fermano, i 12 milioni di abitanti cresceranno, ci sono tanti giovani e io voglio vedere il mondo, viaggiare...”
I ristoranti nella città non hanno pavimento, i saturniani gialli mangiano pollo e buttano le ossa sul tavolo, in terra, il pavimento diventa un porcile, sputano, nessuno ci fa caso; fiumi di biciclette solcano senza fine il viale come un fiume in piena. Una doppia corsia centrale è dedicata ad altri mezzi. Accrocchi di trattori, casse ruotate spinte da falciaerba adattati, qualcosa che assomiglia a sidecar. Tutto è approssimativo, precario. Ecco dove si è ispirato George Miller per il suo Mad Max, interceptor, il guerriero della strada. Dove Mel Gibson ha mosso i primi passi. In un futuro che è un selvaggio ritorno al passato.

Mei Lin, cinese di Chengdu.
Dimmi se i tuoi occhi sono lame di luce. se la carne delle tue labbra ricorda un bacio.



8guilin
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5SANXIBRONZE24sanxiELMO
1HONGKONGprawns
7LeshanBuddha
ChengduHARTQUA
postato da: serendipidity alle ore 04:23 | link | commenti (75) | commenti (75)
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lunedì, 05 maggio 2008

caro papi ipse


negli anni 80 frequentavo le sessioni di un futurologo, certo Alvin Toffler, che aveva messo in un libretto, nero su bianco, la sua visione del futuro. The third wave, la terza ondata, il titolo.
Avevo già letto qualche classico, incluso il libretto rosso di mao (avevo anche visto in loco una cina completamente cambiata) e, prima ancora, avevo letto il "libretto-manuale del buon rivoluzionario" scritto dal Che (quello che se l'è preso nel gran canyon dall'amico Fidel).
Colpa della mia curiosità e perché non mi faccio i cazzi miei (mi interessa tutto).

Mi era piaciuto l’ardore di Guevara rivoluzionario, mi aveva deluso lui scrittore: banale, vuoto, le istruzioni per l’idraulico, il volantino piegato con la brugola dell’ikea.

Alvin no, quello sì che era intrigante. Tosto. Vedeva così chiaro, di più, realistico, nel mondo che verrà da lasciare a bocca aperta, con esempi chiari da farli vivere in diretta da un qualsiasi moccioso dell’oratorio. Tralascio altri effetti speciali per arrivare al nocciolo: la terza ondata rappresenta il futuro preceduto da un’altra onda con in mezzo una fisiologica risacca.
La prima ondata è la società di pastori che si trasforma in contadina; l’uomo pianta un seme e deve attendere l’anno successivo per godere del raccolto, la società da nomade diventa stanziale.
Nella seconda ondata la società dai campi migra nelle fabbriche. E’ nata la società industriale. Porta con sé un effetto trainante fisiologico: la massificazione. Gli operai vanno a vivere intorno alla fabbrica. Le masse si organizzano. E’ la società di massa. Le metropoli. Spopolamento delle campagne.

Bene.

La terza ondata. Il futuro, praticamente già iniziato oggi, prevede che — grazie al computer, alla rete internet alla virtualità della tecnologia, le videoconferenze, l’automatismo nella produzione — il mondo si globalizzi. Processo che le masse, contrariamente al pensiero diffuso che le vuole desiderose di "cambiamento" — e si eccitano solo alla parola — fanno invece paradossalmente fatica ad accettare una minima flessibilità(!). Assisteremo ad un lento, inesorabile, processo di “demassificazione”. Anche la fabbrica diventa virtuale. Si disintegra.
Che senso avrebbe andare tutti nello stesso posto per fare qualcosa se possiamo fare comodamente la cosa stessa da casa nostra? O da dove vogliamo? Con i figli, o l'amante nella stanza accanto?
Tornare ad essere — da numero qualunque spogliato di personalità — un individuo con un sé ben distinto!
La conquista è una migliore qualità della vita: se ne parla. Il lavoro fatto negli orari che vuoi, negli spazi che ti son congeniali, nel nucleo che vuoi, a un metro dal giardino o dall’orto. O a sei metri da un campo di golf, se ti piace. O sulle Dolomiti se ti va la montagna. O lo sci. O in Patagonia, se ti piacciono i pinguini.

Non voglio avere della società una visione demodé; pensare che i miei figli possano pensare “più antico” di me.
Pecco di presunzione?  Mi prendo il rischio.
postato da: serendipidity alle ore 02:28 | link | commenti (33) | commenti (33)
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domenica, 13 aprile 2008

sii te stesso 2

(Quando gli strizzacervelli dicono all'unisono "sii te stesso" dimostrano quanto sia limitato il loro orizzonte.)

zoestyle scrive
ammetto di non aver letto tutti i commenti ma mi sorge spontanea una domanda: perchè?...



@Zoe!
ciao. provo una risposta breve, senza che questa assuma volere di verbo giacché il dubbio è obbligatorio nella precarietà dell'esistenza (Boouum!).

La natura umana è istintiva, animale, occhio per occhio; si nasce con conficcato nell'hardware della corteccia cerebrale un software di cui non abbiamo il completo controllo. Questo soft si è via via stratificato di upgrade obbligandosi al rispetto di regole "innaturali" che la società si è date per garantire una possibile migliore convivenza.
Regola sopra regola — scritte per lo più dalla parte intelligente/dominante della società o da questa influenzate — alla fine ci troviamo a vivere con la ragione in uno stato conflittuale perpetuo. La nostra anima, il cuore a disagio con la mente.
Invece di un solo "io", ognuno di noi convive con molti "io". Ciascuno dei quali rivendica pari dignità.

Mentre tu sei lì che cerchi di mettere ordine in tutte le complessità e le personalità più o meno sottomesse o esuberanti di questi "io", a convincere la tua anima egoista ad essere generosa, il tuo istinto di possesso a rinunciare, il tuo orgoglio con umiltà a perdonare o la tua mediocrità ad avere orgoglio, la tua violenza bastarda evolversi in puro equilibrio di giustizia (?), la volgarità in grazia... contemporaneamente chiederti se sia giusto o no tutto questo e dove ci porterà, ... arriva un frescone strizzacervelli che dice serafico: sii te stesso!

Non ti sembra un'affermazione beatamente ingenua e superficiale, un pensiero poco elaborato? un orizzonte limitato?

grazie per lo spunto :)
postato da: serendipidity alle ore 16:20 | link | commenti (89) | commenti (89)
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Chi sono

Utente: serendipidity
Nome: marco
Dalle vicende dei primi anni della sua vita, e in genere del tempo trascorso fino all'epoca che precede di poco l'anno della pubertà, si hanno ben poche informazioni. I dati più sicuri sono ancora gli scarsi cenni autobiografici, puramente occasionali, che si hanno dai suoi scritti, quali le postille segnate in margine delle opere da lui lette.

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